Valentina Loffredo

Sulla messa in scena di un immaginario surreale, Valentina Loffredo fa propria l’audacia interpretativa di un linguaggio inedito, a sua volta espressione di un pensiero e di una personalissima attitudine visiva. (..) -   Denis Curti – critico della fotografia

 

Le coordinate della vita reale e dei consueti metodi di lettura delle immagini non sono contemplati in questa visione, che solo il sogno el’immaginazione possono tentare di spiegare dall’interno. E, in effetti, nel corso della nuova costruzione di senso, è l’autrice stessa a dettare le regole di quella sorprendente “grammatica della fantasia” che segna il passo di una consapevole scelta stilistica. Pensandoci bene, se guardassimo queste fotografie con gli occhi dei puristi della composizione non avremmo alcuna possibilità di comprenderne il messaggio in profondità. Ma se, invece, decidessimo di liberare il nostro sguardo a quel particolare tipo di piacere che si prova dinanzi al mare sotto il sole di agosto, allora ne apprezzeremmo il profondo senso di libertà e di leggerezza.


Insomma, quel che serve è un cambio di prospettiva radicale. Solo una nuova inclinazione dello sguardo, libera dai formalismi, può dare accesso a quel giocoso meccanismo di creativa spontaneità che sottende ogni singola immagine di “As for me, I’m very little”. D’altronde, è proprio l’autrice a indicarci il primo fondamentale indizio sul suo personalissimo approccio allo strumento fotografico. E lo fa rivelando che il titolo della sua serie non è una semplice indicazione sintetica del contenuto, ma l’acronimo del suo stesso nome: Very little sta (anche) per Valentina Loffredo. Perché piccola e minuta è la figura dell’autrice che guarda il mondo estasiata, con gli occhi pieni di incanto e delicata sensibilità. Tuttavia, non possiamo considerare l’impronta autobiografica un semplice punto di vista, bensì un metodo della percezione visiva che produce un ribaltamento della realtà così audace da stupire a ogni attimo della creazione artistica.

Ecco allora che il riferimento più alto nell’ispirazione dell’autrice si riconosce nella purezza dell’infanzia che, a sua volta, si traduce nella realtà sognata a occhi aperti, che consente di scoprire il lato attraente e misterioso di ogni cosa e crea lo spazio per volare con le ali della creatività. Non c’è spiegazione logica che tenga nel tentativo di lettura di queste immagini: ciò che è grande appare d’improvviso minuscolo, ciò che è vuoto si riempie di presenze inaspettate e i colori sono pronti a decorare ogni superficie. È come se un cortocircuito visivo irrompesse nelle scenografie perfettamente allestite e, in un solo colpo, spezzasse le geometrie su cui si fondavano. Valentina Loffredo definisce questo processo creativo come una “Celebrazione delle possibilità”.

E di possibilità, in effetti, si tratta. Possibilità che spezzano la monotonia e la superficialità del luogo comune a favore di una dialettica anticonformista che non è solo estetica ma suggerisce nuovi orizzonti di pensiero. A guardare bene, c’è sempre un dettaglio fuori posto, una piccola coincidenza di forme o allusioni visive che offrono l’occasione per andare oltre le apparenti rigidità. “Scelgo un posto che trovo interessante e in qualche modo familiare (piscine, architetture, semplici, geometrie) e lo cambio appena, per costruirne un altro quasi uguale ma con un elemento di sorpresa. […] Ciò che vorrei trasmettere è la grazia che ci concediamo quando guardiamo oltre, quando ci esponiamo a qualcosa che non avevamo considerato, con curiosità e vulnerabilità”. La ricerca del significato che sta oltre la superficie è un bisogno endemico che guida i valori estetici e stilistici della fotografia out stage di Valentina Loffredo.

E le sue parole sembrano pronunciate ad hoc per questa serie fotografica che racconta la realtà trasformandola. Trasmettendoci il dubbio che ciò che stiamo guardando in verità non è come appare. In tal senso l’ispirazione surrealista si esprime con coerenza nell’estetica come nel contenuto. E, in particolare, richiama quell’eccentrica personalità che, in seno alle Avanguardie del Novecento, si conquistò il soprannome di le saboteur tranquille, proprio per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso.

A Renè Magritte non interessava la realtà per interpretarla, né per ritrarla, ma per mostrarne il mistero indefinibile. A tal proposito, nel pieno della sua produzione pittorica, scriveva: “La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione”. Sul ritmo fluente di queste parole, “As for me, I’m very little” comunica nuove scoperte e nuove possibilità di intendere la vita e il mondo. La purezza dello sguardo, dunque, non è una prospettiva che appartiene solo ai più piccoli. Ora la possiamo condividere anche noi, grazie a queste immagini che si trasformano i meravigliose e delicate dissonanze. Finalmente una rinnovata consuetudine emotiva del guardare.
 

Denis Curti – critico della fotografia

 


 

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